blog di Pizzo Calabro

Monaciello a Pizzo

IL MONACIELLO

Nella sede di Pizzo

 

di Angelo Battista Silvestri

 

Circa 80 anni fa sono nati in America i fumetti di Superman, Batman e Freccia Verde. In Inghilterra, tra storia e leggenda, si ha dal medioevo il personaggio di Robin Hood. Tutti supereroi famosi per le loro gesta a favore dei più deboli e divenuti soggetti di libri, film e video. Sono conosciuti da alcuni decenni anche i moltissimi personaggi dei fumetti giapponesi, che, nel loro costume orientale, agiscono in storie di strisce, film e video.

Anche l’Italia vanta figure proprie di Maschere regionali e di leggende popolari. Ricordiamo qui un personaggio napoletano, che, in ossequio al sentimentalismo partenopeo, non manifesta gesta di eroi bensì rivela risvolti di affettività.

Matilde Serao scrive nel tardo Ottocento una delle storie fantastiche divenute famose.

Nel XV secolo, un giovane napoletano squattrinato – Stefano Mariconda – si era innamorato, corrisposto, di una giovane benestante – Caterinella Frezza. La famiglia di lei contrastava tale unione, comunque i due si frequentavano di nascosto. Quando doveva raggiungere l’amata, il giovane camminava di notte sui tetti per non essere visto. Sino a che qualcuno, però, lo fece precipitare e morì.

La giovane pianse per aver perso l’amante ed anche il padre del frutto del loro amore che portava in grembo. Si chiuse in un convento e li è nato un bambino. Il suo aspetto era piuttosto brutto e crescendo evidenziava maggiormente la testa grossa e il corpo piccolo. La madre lo accoglieva con affetto, invece gli altri lo schernivano. Caterinella lo vestiva con un abbigliamento da monaco e le scarpe con fibbia argentata, come auspicio per un miracolo che lo rendesse normale, ma il ragazzo non cambiava d’aspetto e continuava ad essere preso di mira e deriso, senza che facesse male ad alcuno. Non solo, quel monaciello – così chiamato per via del suo costume – veniva tacciato di essere causa di sventure. Quando la mamma Caterinella morì, il monaciello doveva convivere con la malasorte ed anche con le continue accuse di portatore di disgrazie. La vita era per lui un’esistenza amara.

Ad un certo punto il piccolo monaciello non si è più visto in città. Voci popolari dicevano che la famiglia materna l’avesse soppresso.

Da allora il monaciello deforme ha assunto tra il popolo la figura di spiritello (folletto) un po’ benefico e un po’ dispettoso. E’ diventato un’ombra popolare che faceva del bene e nello stesso tempo si vendicava per angherie subite. Si credeva abitasse nelle gallerie sotterranee di Napoli, da cui usciva e appariva come fantasma per premiare quanti erano stati meritevoli oppure per compiere atti ostili a quanti avevano procurato danni e dileggi. Si inoltrava quindi in alcune case per portare regali; in altre per punire, nascondendo o rompendo oggetti o rubando beni che poi distribuiva ad altri come doni.

Il personaggio monaciello è diventato talmente popolare che ha avuto eco al di fuori di Napoli, assumendo il significato di figura leggendaria pure nel nostro paese. Successivamente è stato anche soggetto di testi scritti per il teatro e il cinema,

A Pizzo, chiamato in dialetto monaceju, si è creduto dimorasse nell’avamposto della Rotonda sito nella Marina (collegato mediante un cunicolo al castello Murat). Non per strana coincidenza: nell’immaginario collettivo, i castelli sono ritenuti sede di fantasmi.

Tra il serio e il faceto, il monaceju è stato considerato dalle nostre genti napitine evento ammissibile, sviluppando la tradizione fantasiosa che esso fosse un giudice imparziale che ristabilisce egualità; una specie di demiurgo che distingue in modo definitivo il bene dal male.

Sino a tempo fa, a Pizzo, il riscaldamento invernale nelle case avveniva con il braciere. Era  un recipiente di norma in ottone, contenente la brace di carbone, inserito in una base circolare di legno, attorno cui la famiglia stava riunita per riscaldarsi nelle ore serali. I ragazzi ascoltavano con impazienza la mamma che raccontava le favole. Una di queste diceva: – In una famiglia povera, dove era mancata la madre, vivevano il padre e alcuni figli. Nel periodo di Natale la povertà assumeva una tristezza particolare, specie se nei vicoli si sentiva odore di cibi saporiti. I ragazzi in quei giorni dicevano al padre: Tita Tatannucciu (Tita come contrazione di Titta e quindi di Battista; Tatannucciu vezzeggiativo di Tata alias Padre) tutti a Natali mangianu zzippuli e monacej e nui no! Tutti hannu belli vestiti e nui no! Il padre amareggiato non rispondeva, non avendo nulla da promettere. Di notte una persona (sembrerebbe il padre o il suo alter ego nel fantasma del monaceju) si aggirava per il paese e andava a bussare con fare minaccioso alle varie porte. Toc, toc! – Cu’ è? le risposte! Ad ognuno chiedeva una di queste cose: – datimi ‘nu pocu ‘i farina ‘mu fazzu ‘i monacej, ‘i zzippuli e ‘i mustazzoli!; datimi ‘nu pocu d’ogghju ‘mu friju!; datimi ‘nu pocu ‘i vinu pe’ mbiviri!; datimi ‘nu pocu ‘i pasta e di carni ‘mu cucinu!; datimi ‘nu pocu ‘i caramelli pe’ ‘i figghjoli!; datimi ‘nu pocu ‘i stoffa ‘mu cusu ‘i vestiti!… Così riempiva alcuni sacchi di beni e andava a casa per festeggiare il Natale con i figli. Anche in mancanza della mamma, il clima festivo si rendeva meno malinconico,

Un’altra storiella riportava: – Nel periodo dell’ultima guerra, alcune famiglie della nostra città si trasferivano in altri luoghi limitrofi per sfuggire ai pericoli bellici. Altre famiglie cittadine per lenire le paure andavano a soggiornare nelle sicure gallerie ferroviarie di Pizzo, in assenza del servizio treni. Proprio in galleria il vivere in promiscuità obbligava ad una certa discrezione. Ma non sempre era una regola: capitava che mancasse un pane, una scatoletta o altro. La lamentela che ne seguiva si smorzava dando la responsabilità al monaceju. I presenti credevano a tale versione o forse facevano finta per evitare polemiche, ma rimaneva il malumore.

Le storielle vengono considerate utili finchè possono stimolare riflessioni e idee. Queste sono alla base per progettare futuro, consapevolmente con l’arricchimento di esperienze indirette (la storia) e dirette (il fare quotidiano). Il personaggio monaceju cosa potrebbe dire se fosse chiamato oggi a parlare del nostro paese o del nostro Paese. A chi donerebbe regali; a chi sottrarrebbe beni per trasferirli ai più meritevoli?

La figura del monaciello, spirito tipicamente napoletano, è stata rappresentata in varie pièce. La più famosa fa parte dell’arte del grande attore di teatro Eduardo De Filippo, con il cartellone: Questi fantasmi!

 

3 commenti

  1. Caterina Rocca Caterina Rocca
    17 maggio 2020    

    Pizzo e Napoli hanno molto in comune: il mare, il vulcano, la fantasia, l’immaginazione, l’allegria, i modi di dire, la religiosità, la superstizione.
    Ariò, bella ‘mbriana, ‘o monaciello, u monaceju, sono tutte figure che giustificano misteriosamente furti o doni.

    • lino silvestri lino silvestri
      18 maggio 2020    

      La popolarità di tale personaggio potrebbe spiegarsi con un certo innato desiderio di espressività napoletana, che si può riconoscere nella poesia, nei versi delle canzoni e non di meno nella musica popolare. Ma potrebbe aver preso anche spunto da una storiella cittadina, traslata ai fini di renderla favola. Proprio la favola, che di per sè non è una fatua comunicazione in quanto può esternare istanze latenti.

  2. Marisa Costa Marisa Costa
    21 giugno 2020    

    La favola del “monaceju”, sotto qualunque cielo o latitudine sia nata, è espressione dell’ansia dell’uomo di mettere un po’ di ordine in questa nostra disastrata vita… Magari con “nu monaceju” che distribuisca riconoscimenti o biasimo, premi o castighi… Dice bene Angelo, sarebbe interessante vederlo all’opera oggi! Ma probabilmente non basterebbero gallerie a proteggere le persone contro cui scatenerebbe la sua ira… Che ne dite…? Siamo troppo pessimisti…!!!???

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