blog di Pizzo Calabro

Approdo di Pizzo – secolo XIX

L’APPRODO DI PIZZO

Nelle vicende storiche del secolo XIX

di Domenico Vallone

Dalla lettura del libro I Regni di Napoli e di Sicilia tra il 1700 ed il 1870” Periodo della dinastia Borbone”, di Franco Savelli, sono stato sollecitato alla riflessione sul ruolo che Pizzo ed i nostri concittadini del tempo ebbero in quelle vicende.

Nei secoli scorsi, in mancanza di agevoli vie di comunicazione interne, la nostra cittadina aveva assunto un ruolo importante per la presenza di un agibile e ampio approdo, che dalla spiaggia “pizzapundi” arrivava fino al “ponte di ferro”, oltre la stazione della ferrovia. Quello di Santa Venere, attuale Vibo Marina, era riservato alla pesca e si sviluppò soltanto alla fine dell’800 dopo l’ultimazione del collegamento ferroviario. L’approdo di Pizzo, di conseguenza, venne utilizzato dalle autorità ogni volta che si rese necessario. Per cui, nel 1848, qui sbarcarono le truppe del comandante Nunziante

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indirizzate a reprimere i moti rivoluzionari esplosi in Calabria e, nel 1852, re Ferdinando II, nel corso del suo viaggio in Calabria, sbarcò qui per visitare le officine di Mongiana. Ma il ruolo di maggior rilevanza storica dell’approdo di Pizzo è legato allo sbarco di Gioacchino Murat.

Nel 1810, Gioacchino Murat, re di Napoli già da due anni, aveva messo in atto il tentativo di invadere la Sicilia (rifugio del re Borbone Ferdinando IV, protetto dagli inglesi) reso vano per il mancato sostegno del cognato, Napoleone Bonaparte. Lasciato con amarezza Reggio Calabria, per imbarcarsi verso Napoli, Murat si diresse a Pizzo dove fu oggetto di entusiastiche manifestazioni popolari.

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Spodestato nel giugno 1815 dal Congresso di Vienna, Murat volle operare il disperato tentativo di far insorgere il popolo meridionale contro il restaurato Regno Borbone. Il 28 settembre 1815, incalzato dal rimorso per la caduta del cognato Napoleone e dalle manifestazioni dei sostenitori di questo, partì dalla Corsica con sei imbarcazioni con destinazione il Cilento. L’intento era di promuovere una rivolta contro il re Borbone e riacquisire il

Regno. Una tempesta disperse tre imbarcazioni ed egli, con le altre tre, si trovò sospinto nel golfo di S. Eufemia. Per ricavare informazioni inviò a terra due uomini che vennero scoperti ed arrestati. Il fatto, premonitore, indusse due delle tre imbarcazioni rimaste ad abbandonare l’impresa. Murat, invece, sopraffatto dallo sconforto, come volesse stemperare nell’azione i dubbi e le incertezze che lo avevano angosciato nel corso dell’ultimo anno, decise di eseguire una mossa disperata. L’8 ottobre sbarcò a Pizzo con 28 uomini. Era una luminosa domenica ma la popolazione lo accolse con freddezza e ostilità.

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Perché questo mutato atteggiamento del popolo di Pizzo: accoglienza entusiastica nel 1810, ostilità cinque anni dopo?  Quali motivi ispirarono quei comportamenti? La fredda accoglienza fu la componente di contrastanti stati d’animo di una cittadinanza che in maggioranza si limitò ad osservare mentre una parte si divise apprestandosi allo scontro. Tra gli osservatori esitanti inserirei chi ricevette gratificazioni nel periodo murattiano e, in questa circostanza, pur con rimpianto, preferì defilarsi temendo di incorrere in ritorsioni, tipo quelle che il reintegrato re borbonico aveva messo in atto nei riguardi di coloro che gli avevano voltato le spalle nel breve tempo della Repubblica Napoletana. Tra quelli che, con diverse motivazioni, si inserirono attivamente schierandosi, vi fu chi, come Francesco Alemanni, Francesco Salomone e il sergente Sanadres, fiancheggiò l’azione di Murat; la famiglia di Giuseppe Pellegrino e diversi altri andarono, invece, a sostenere la caccia al drappello murattiano

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organizzata dal capitano Trentacapilli che, di provata fede borbonica, si trovava in licenza in attesa di riprendere servizio a Cosenza.

Va comunque sottolineato l’equilibrato atteggiamento mantenuto dal capitano Trentacapilli che, autore della cattura di Murat, lo sottrasse, poi, con decisione alla furia di alcuni popolani che volevano vendicare la morte di loro congiunti periti nelle guerre condotte da Murat.

Sappiamo come andò a finire: la vicenda si concluse il 13 ottobre 1815 con la fucilazione di Murat, dopo un processo la cui sentenza era già decisa e dopo che Pizzo aveva visto l’approdo di importanti personalità del Reame.

L’opera di Franco Savelli stimola altre considerazioni ma, per non tediare i lettori, ritengo sia opportuno riprendere l’interessante argomento in una successiva nota.

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